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Articolo 11 riforma del copyright: cosa prevede il testo

A metà aprile il Consiglio Europeo ha approvato la riforma del copyright continentale. L'articolo 11 è uno dei più contestati: ecco perché

14 Maggio 2019 - Il 27 marzo 2019 il Parlamento Europeo ha approvato, a larga maggioranza, la riforma del copyright continentale (in gergo parlamentare, Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale), che prevede sostanziali modifiche nella gestione e nella difesa del diritto d’autore. Lo stesso testo è stato ratificato dal Consiglio Europeo il 15 aprile 2019 (con il voto contrario dell’Italia e di altri stati), divenendo a tutti gli effetti una norma dell’Unione Europea.

L’iter di approvazione della riforma copyright UE è stato tutt’altro che lineare. Il primo “Sì” dal Parlamento di Strasburgo sarebbe dovuto arrivare nell’estate del 2018, ma le varie voci di protesta che si sono levate hanno fatto slittare l’approvazione di diversi mesi. Ad attirare le attenzioni dei critici, in particolare, sono stati l’articolo 11 e l’articolo 13 (diventati rispettivamente l’articolo 15 e l’articolo 17 nel testo definitivo della Legge sul Copyright UE). Il primo va a modificare il rapporto tra editori, giornalisti e aggregatori di notizie (come Google News, ad esempio); il secondo, invece, impone controlli più serrati a chi gestisce portali basati su User Generated Content (come YouTube, ad esempio) per evitare che vengano pubblicati contenuti protetti da diritto d’autore.

Wikipedia ha più volte oscurato il proprio sito (o coperto di nero le immagini dei lemmi); YouTube ha mostrato un avviso sulla propria home page per diversi giorni; Google ha modificato la visualizzazione dei risultati di ricerca, mostrando come potrebbero cambiare le pagine dei risultati di ricerca a causa delle nuove norme sul copyright. Al fianco dei giganti del web si sono schierate associazioni per la difesa della libertà d’espressione, attivisti digitali ed esperti di diritto informatico e proprietà intellettuale, che hanno redatto e sottoscritto un appello per bloccare l’approvazione del testo. Tentativi, però, che non hanno prodotto risultati sostanziali.

Riforma copyright, cosa cambia per utenti e siti web

Gli effetti della nuova legge sul copyright UE non saranno immediati. Come prevede l’iter legislativo europeo, i singoli Stati Membri hanno ora 2 anni per ratificare la norma e trasformarla così in legge nazionale. In questo lasso di tempo i Parlamenti nazionali possono intervenire, andando a correggere alcuni dettagli (ma non a stravolgere il senso) del testo. Senza contare che le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo del 26 maggio potrebbero stravolgere gli attuali equilibri nell’emiciclo di Strasburgo, con possibili conseguenze anche sulla riforma del copyright.

Testo articolo 11 riforma copyright: cosa prevede e come dovrebbe cambiare il web

L’articolo 15 della nuova legge sul copyright europeo, recante il titolo “Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale”, nasce con l’obiettivo di regolare il rapporto tra editori e creatori di contenuti e i portali che raccolgono e aggregano notizie (gli aggregatori, per l’appunto). Sino a oggi, chiunque può creare un aggregatore e dare modo agli utenti di restare aggiornati leggendo titoli e brevi estratti senza pagare nulla. Si tratta, di fatto, di una sorta di motore di ricerca che “compone” un quotidiano sempre aggiornato con le notizie del momento. Alcuni esempi? Il già citato Google News, ma anche Flipboard, Feedly, Diggita e moltissimi altri.

Con l’articolo 15 della Direttiva sul diritto d’autore (l’ex articolo 11, per intendersi), le piattaforme che pubblicano snippet di contenuti a carattere giornalistico sono obbligate a munirsi preventivamente di una licenza rilasciata dal detentore dei diritti. Ovviamente, l’editore o il giornalista può chiedere che gli sia riconosciuto un equo compenso da parte della società che gestiscono gli aggregatori o le piattaforme che pubblica snippet (ossia, dei brevi estratti composti solitamente da titolo e una breve descrizione del contenuto). Lo stesso articolo, però, prevede anche delle eccezioni: nel caso in cui vengano pubblicati solamente il link o “singole parole o estratti brevi” non si è tenuti a pagare alcunché. La normativa europea, però, non specifica cosa voglia dire la locuzione “estratti brevi” (quante parole compongono un estratto breve? 5, 10, 15?) ed è facile ipotizzare che le trattative tra editori, giornalisti e aziende del web riguarderà proprio questa definizione.

L’impatto che la norma potrebbe avere, però, non riguarda solamente i portali che aggregano notizie da varie fonti. Anche se non ce ne accorgiamo, infatti, facendo una semplice ricerca su un motore come Google, Bing, Yahoo! o Arianna ci si imbatte sicuramente in almeno un risultato a carattere giornalistico. Se, ad esempio, cercate una guida su come aggiornare WhatsApp (un tema apparentemente slegato da tematiche giornalistiche) scoprirete che gran parte dei risultati sono realizzati proprio da testate giornalistiche o piattaforme “assimilabili”. Insomma, una volta che la direttiva sul copyright nel mercato unico digitale entrerà in vigore, a cambiare non saranno solamente gli aggregatori, ma anche i motori di ricerca.

Un assaggio di come potrebbe essere il web da qui a qualche anno ce l’ha già dato Google. Nei giorni della discussione nell’emiciclo di Strasburgo, infatti, il motore di ricerca per eccellenza ha avviato una sperimentazione modificando la visualizzazione dei risultati legati alla nuova norma europea. Gli snippet dei quotidiani e dei portali di informazione sono stati sostituiti dal link al contenuto o, al più, dal solo titolo. Secondo i dati diffusi dall’azienda di Mountain View, il traffico organico dei portali oggetto della sperimentazione è calato del 30% circa.

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