SCIENZA

Giornata della memoria anche per la Nasa: cos'è il "Challenger Disaster"

La giornata della memoria della NASA: il 27 Gennaio l’Agenzia Spaziale si ferma in ricordo degli astronauti che hanno perso la vita per il progresso dell’esplorazione spaziale

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Fonte: ANSA

Esiste una giornata della memoria anche per la NASA: una ricorrenza, che cade quest’anno il 27 di Gennaio, in cui l’Agenzia Spaziale si ferma in ricordo degli astronauti, “la famiglia della NASA”, che hanno perso la vita per il progresso dell’esplorazione spaziale.

Alla fine di Gennaio si addensano alcune delle ricorrenze più drammatiche della storia della NASA: si celebrano quindi i 55 anni dal disastro dell’Apollo 1, ma anche i 35 anni dal “Challenger Disaster” e i 19 anni trascorsi dall’incidente del Columbia, avvenuti rispettivamente il 27 Gennaio del 1967, il 28 Gennaio del 1986 ed il 1 Febbraio del 2003.

Cos’è il Challenger Disaster

Uno Space Shuttle già in servizio da anni, con nove voli di successo alle spalle, esplode – appena 73 secondi dopo il lancio – nei cieli del Kennedy Space Center uccidendo in pochi istanti tutte le sette persone dell’equipaggio.

Tutti ricordano la drammatica mattina del 28 Gennaio del 1986, alla NASA, e l’incidente che spense per un po’ i sogni di conquista dello spazio degli americani e del mondo intero. L’Agenzia Spaziale Americana ricorda l’anno 1986 “come uno dei più ambiziosi in assoluto per il programma dello Space Shuttle”: c’erano ben 15 missioni all’orizzonte, tra cui il primo lancio di un veicolo spaziale dalla California, una missione diretta verso la cometa di Halley ed il lancio del telescopio spaziale Hubble. Ma il disastro del Challenger arrivò inaspettato, e cambiò il corso della storia.

La missione STS-51L fu annunciata per la prima volta all’inizio del 1985. Appena sei mesi dopo il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan annunciò che alla missione avrebbe partecipato una maestra, la prima a far parte del programma “Teacher in Space”, un progetto del governo teso a stimolare lo studio delle scienze e della matematica.

La maestra che superò la selezione, cui parteciparono oltre 11mila insegnanti in tutto il Paese, si chiamava Christa McAuliffe – ed è tra le sette vittime del disastro del Challenger quella che forse più ha colpito gli animi degli americani inchiodati davanti alla tv in attesa che il Presidente spiegasse qualcosa del disastro appena avvenuto in diretta sulla CNN.

Sul Challenger c’era anche Judith Resnik, la seconda donna americana a viaggiare nello spazio. I sette astronauti del Challenger morirono in condizioni ancora non note, purtroppo quasi certamente molto dopo il momento dell’”esplosione” dello Shuttle: l’ipotesi più probabile, ad oggi, è che fu l’impatto con l’acqua, ad oltre 200 G, a distruggere la navicella ed insieme le vite di tutti coloro che la occupavano.

Il Challenger non esplose. All’origine dell’incidente un malfunzionamento dell’O-ring dovuto alle temperature stranamente troppo rigide registrate in Florida nel periodo del lancio: fu Richard Feynman a dimostrare in tv la dinamica dell’incidente, grazie ad un esperimento con il ghiaccio. Il disastro del Challenger, secondo la commissione d’inchiesta messa insieme dal Presidente Reagan, si poteva evitare. Su questo, oggi, sembrano tutti d’accordo – ed è anche per questo che è importante ricordare.

L’Apollo 1 e il Columbia

La giornata della memoria della NASA è dedicata a tutti gli uomini e tutte le donne che “fuggendo dalla scontrosa superficie della Terra per sfiorare il volto di Dio” – così concludeva il discorso di Reagan appena dopo il disastro del Challenger – hanno contribuito, con la propria vita, al progresso scientifico e all’esplorazione spaziale.

Vent’anni prima del Challenger, nel 1967, ci fu il primo vero disastro della NASA: gli Stati Uniti si preparavano ad inviare i primi uomini sulla superficie della Luna, ed i sovietici erano ancora piuttosto avanti – già avevano inviato nello spazio la prima donna, una navicella con a bordo tre persone e avevano sperimentato con successo diversi rendez-vous in orbita.

Il programma Apollo nasce ai tempi in cui a capo della NASA vi era James Webb, appena dopo la conclusione dei primi due programmi spaziali di voli umani, il Mercury e il Gemini, che portarono i primi americani nello spazio. L’Apollo 1 fu uno di quei fallimenti capaci di cambiare la storia: le cronache parlavano di una “Luna mai così lontana”, e il sentimenti degli americani erano combattuti.

A bordo della capsula dell’Apollo, che non ha mai lasciato la superficie terrestre, c’erano tre pionieri del volo spaziale: Gus Grissom, secondo americano ad aver viaggiato in orbita, Ed White, celebre per la prima camminata americana nello spazio, e Roger Chaffee, l’unico non veterano del gruppo. La capsula Apollo prese improvvisamente fuoco, probabilmente per via di alcuni cavi non ben isolati sotto uno dei tre sedili dell’equipaggio, ed i tre astronauti – senza alcuna possibilità di uscire dalla capsula – morirono carbonizzati durante l’esercitazione.

La NASA ricorda oggi anche il disastro del Columbia, avvenuto il 1 Febbraio del 2003, in cui persero la vita sette astronauti, stavolta in una grande esplosione durante la fase di rientro nell’atmosfera terrestre. Mancavano soltanto 16 minuti all’atterraggio, la missione era praticamente finita. “Il nostro viaggio nello spazio andrà avanti”, commentò l’allora presidente George W. Bush. Non con lo Space Shuttle, che dopo la perdita di Challenger e Columbia fu utilizzato soltanto per raggiungere la ISS fino alla chiusura completa del programma, nel 2011.

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