SCIENZA

La "marea nera" minaccia i nostri Oceani, potrebbe ricoprire l'Italia

Gli sversamenti di petrolio sono molto più comuni di quello che si pensa, perché coprono l'80% degli oceani: dove si trovano e da dove vengono

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Fonte: 123RF

Uno dei pericoli maggiori per l’oceano e il suo ecosistema sono gli sversamenti di petrolio, che quando sono molto grandi fanno notizia, ma se sono piccoli e continui passano sotto traccia. Anche monitorarli è difficile, perché le acque oceaniche sono immense, e coprono la gran parte del nostro pianeta. Ma quali rischi corrono davvero i nostri mari?

Come si cercano gli sversamenti di petrolio

Le macchie di petrolio sono fatte di idrocarburi, che si uniscono in una sorta di “lenzuoli” infinitamente sottili. Sono molto difficili da individuare, anche dalle immagini satellitari: diversamente da quello che si può pensare non hanno un colore particolare e distinguibile, perché la luce le attraversa.

Ma possono essere individuate in mare aperto, basta saper osservare: le macchie di petrolio cambiano il modo in cui l’acqua riflette la luce e anche il modo in cui le onde si increspano, rendendole più lisce e uniformi.

I ricercatori hanno usato proprio quest’ultimo trucco e alcuni algoritmi informatici per cercare tracce di petrolio in più di mezzo milione di immagini radar raccolte dai satelliti dell’Agenzia Spaziale Europea. Lo studio è stato recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Science, ma senza buone notizie: gli scienziati hanno infatti individuato macchie che punteggiano l’80% dei mari, una superficie grande tre volte e mezzo l’Italia.

Dove si trovano gli sversamenti

La “marea nera” si trova soprattutto nel Mare di Giava, situato in Indonesia, nel Mar Mediterraneo e nel Mar Cinese Meridionale. Combinate, le macchie di petrolio che si trovano in queste tre aree rappresentano quasi un terzo di tutto il petrolio individuato dai satelliti dell’ESA.

La regione invece in cui gli sversamenti di petrolio sono più concentrati è il Mar Caspio, tra Iran e Kazakistan, dove il 20% dell’acqua è coperto da macchie rispetto a una media del 4% in tutti i mari del mondo.

Quali sono le cause della “marea nera”

Gli autori dello studio pubblicato su Science volevano capire quali fossero i punti in cui il petrolio emerge naturalmente dal fondale marino: le macchie causate da questo fenomeno sono diverse dalle altre perché rimangono più a lungo nello stesso punto, e quindi possono essere ritrovate identiche ogni cinque anni. Sono ovunque, ma in particolar modo nel Golfo del Messico e lungo le coste di Ecuador, Perù e California.

Studiando i dati satellitari i ricercatori hanno però scoperto nuove macchie in coincidenza di rotte marittime molto frequentate dalle navi cargo, oleodotti e piattaforme di trivellazione. In alcuni casi, nelle immagini satellitari è addirittura possibile individuare piattaforme e navi che perdono petrolio. Il nuovo studio pubblicato su Science dimostra che oltre il 90% di tutte le perdite di petrolio negli oceani proviene da fonti umane.

E diversamente da quel che si può pensare, gli sversamenti maggiori non vengono da piattaforme di trivellazione difettose o oleodotti bucati. Quasi tutti i più di 880 chilometri quadrati di macchie causate dall’uomo – poco più della superficie del Perù – provengono dal petrolio lasciato indietro dalle navi: quelli piccoli ma costanti nel tempo di cui vi parlavamo prima.

Questa è solo l’ennesima prova di quanto siano a rischio i nostri oceani, minacciati da forme diverse di inquinamento: dalla plastica a un nuovo, e pericoloso, materiale.

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