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La vicenda del Challenger Fonte foto: Wikimedia/NASA
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Sulla Terra hanno trovato il pezzo di una navicella spaziale

A distanza di quasi 37 anni dal tragico disastro dello Space Shuttle Challenger, alcuni sommozzatori hanno ritrovato i resti della navicella

Una tragedia difficile da dimenticare, anche a tanti anni di distanza. Il 28 gennaio del 1986, dunque quasi tre decenni fa, lo Space Shuttle Challenger della NASA esplose in volo appena 73 secondi dopo il decollo. Fu uno shock incredibile, anche perché tutti i componenti dell’equipaggio, compresa l’insegnante Christa McAuliffe (prima docente a partecipare a un programma spaziale), morirono in diretta televisiva.

Si sta parlando nuovamente di questo disastro dopo 37 anni, in seguito alla scoperta casuale di un frammento della stessa navicella, ritrovato al largo della costa della Florida. Alcune persone impegnate nella realizzazione di un documentario sulla seconda guerra mondiale, hanno individuato il frammento in fondo al mare, il tutto confermato dalla NASA.

Cosa ha detto la NASA sul Challenger

Il documentario sarà realizzato e reso pubblico a breve dal canale tematico History Channel. Sui social è anche apparso un filmato in cui si vedono due sommozzatori che si avvicinano al relitto del Challenger, rimasto ancorato alla sabbia così a lungo. Il fatto che il Kennedy Space Center si trovi a non molti chilometri di distanza ha fatto ipotizzare ai documentaristi che la NASA sarebbe stata interessata al ritrovamento e subito dopo c’è stata la conferma ufficiale. I frammenti dello Space Shuttle sono tutti di proprietà del governo degli Stati Uniti. La scoperta non ha fatto altro che riaprire una ferita mai del tutto rimarginata.

Come ha avuto modo di sottolineare l’amministratore della National Aeronautics and Space Administration, Bill Nelson, la tragedia del Challenger è destinata a rimanere per sempre nella memoria collettiva degli Stati Uniti, ma non solo. Il ritrovamento del detrito è comunque un’opportunità importante per ricordare i sette membri dell’equipaggio che hanno perso la vita per colpa dell’esplosione, considerati veri e propri pionieri. Di sicuro l’incidente ha avuto il "merito" di aumentare i dispositivi di sicurezza per evitare che situazioni del genere si ripresentassero in futuro (nonostante i rischi siano sempre alti durante qualsiasi decollo).

Tutte le vittime del disastro del Challenger

Oltre alla già citata McAuliffe che era destinata a impartire le prime lezioni scolastiche della storia direttamente in orbita, a bordo del Challenger c’erano anche specialisti e ingegneri con una buona esperienza spaziale alle spalle. Il comandante della missione si chiamava Dick Scobee, oltre al pilota Michael John Smith, gli specialisti di missione Judith Resnik, Ronald McNair ed Ellison Onizuka, e lo specialista del carico Gregory Jarvis. La causa del disastro è stata individuata nel guasto a una guarnizione nella parte più bassa del razzo destro che provocò il cedimento di un serbatoio, la fuoriuscita di idrogeno e ossigeno liquidi e la successiva esplosione.

Tra l’altro, c’era stato qualche triste presagio. Il decollo del Challenger era previsto inizialmente per il 22 gennaio, poi subentrarono diversi ritardi soprattutto per via delle condizioni meteorologiche non proprio favorevoli. L’incidente non poteva non avere conseguenze sui progetti della NASA. I voli nello spazio, ad esempio, vennero interrotti per due anni e mezzo. Il documentario di History Channel dedicato a questa scoperta verrà messo in onda tra non molti giorni e, vista la portata del ritrovamento, c’è già grande attesa tra gli appassionati di storia dello spazio.

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