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SCIENZA

Questo animale sta distruggendo i coralli e non sappiamo come fermarlo

C'è un killer silenzioso, ma estremamente famelico, che minaccia le barriere coralline e non sappiamo come fermarlo: il nuovo studio preoccupa.

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La stella marina corona di spine uccide i coralli Fonte foto: 123RF

C’è un animale che vive nelle profondità del mare e che apparentemente sembra innocuo ma, in realtà, è uno dei killer più famelici e pericolosi per gli ecosistemi delle barriere coralline. Si tratta della stella marina corona di spine (Acanthaster planci), una specie ben nota agli scienziati, che da decenni è oggetto di studi approfonditi. Il motivo è molto semplice: rappresenta una delle minacce più serie per le popolazioni di coralli e si è cercato nel tempo di trovare una soluzione per fermarne la proliferazione.

Ma le notizie sono tutt’altro che buone perché, come dimostra l’ultimo studio pubblicato sulla rivista Global Change Biology, la stella marina corona di spine ha sviluppato non solo una preoccupante resistenza all’innalzamento delle temperature, ma anche un inquietante sistema di sopravvivenza.

Il nuovo studio sulla stella marina corona di spine

A occuparsi del nuovo studio è stato un team di ricerca dell’Università di Sidney guidato dalla professoressa Maria Byrne, che grazie a nuove osservazioni e analisi ha messo in luce un ulteriore rischio per le barriere coralline, di per sé minacciate dal cambiamento climatico negli ultimi decenni. Stando ai dati raccolti, i ricercatori hanno appurato che gli esemplari giovani di questa specie, già nota per predare i coralli, hanno sviluppato una straordinaria resistenza all’innalzamento delle temperature delle acque. Ma c’è di più.

Non è un segreto che la stella marina corona di spine sia in grado di sopravvivere nelle acque calde della Grande Barriera Corallina e in generale nella regione dell’Indo-Pacifico, proprio dove trova terreno fertile per proliferare e nutrirsi di coralli, ma quel che gli scienziati non avevano mai osservato prima è l’ulteriore strategia di sopravvivenza che ha sviluppato negli ultimi tempi.

Mentre i coralli lottano contro l’innalzamento delle temperature e subiscono danni di enormi proporzioni – pensiamo allo sbiancamento che porta alla morte di queste creature viventi -, le Acanthaster planci giovani attendono con pazienza che le barriere si rigenerino, per poi nutrirsene. Se i coralli muoiono si potrebbe pensare che loro restino a bocca asciutta, e invece no: nel frattempo sopravvivono per lunghi periodi seguendo diete alternative. Lunghi periodi che possono raggiungere addirittura i sei anni.

Come possiamo fermare il “killer” dei coralli

La stella marina “killer” dei coralli rappresenta un problema già noto alla scienza, ma l’ultimo studio fa luce su nuovi elementi che appaiono decisamente allarmanti per la sopravvivenza degli stessi. Ci vuole tempo affinché questi riescano a rigenerarsi del tutto, ma la Acanthaster planci non dà loro modo di completare questo processo, perché immediatamente se ne nutrono.

Si crea un circolo vizioso di natura estremamente distruttiva che mette a rischio degli ecosistemi di per sé fragili. Questa specie è in grado di sopravvivere in condizioni estreme, superando di gran lunga le capacità delle sue prede e dimostrando, dunque, di avere un enorme vantaggio rispetto ad esse.

Anni di studi, ma ancora non siamo in grado di fermare questo animale. Sebbene sia autoctona dell’Indo-Pacifico, possiamo annoverarla tra le specie invasive e anzi è tra le più fameliche e pericolose che ci siano ed è ovvio che gli scienziati nel tempo abbiano provato a fermarla. In uno studio pubblicato su Nature nel 2017 un team australiano era riuscito a decodificare i feromoni con cui gli esemplari di questa specie “comunicano” per aggregarsi, in modo tale da sfruttarli per attirarli in aree prestabilite e a quel punto eliminarli.

Un’operazione efficace se non fosse eccessivamente costosa, così come i vari robot – prima il COTsbot nel 2015, poi il RangerBot nel 2017 – progettati proprio per andare a caccia di stelle marine corona di spine e neutralizzarle mediante un’iniezione letale. L’unica conclusione, al momento, è che questa specie sta avendo la meglio cavalcando l’onda del cambiamento climatico con inaspettata resilienza.

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