L'elisir di lunga vita è nel DNA Fonte foto: 123RF
SCIENZA

Le varianti genetiche che fanno vivere cent'anni

La longevità è una questione di DNA: uno studio individua delle rare variazioni genetiche che potrebbero contenere il segreto dell'invecchiamento.

Si fa un gran parlare, ultimamente, dei folli investimenti degli imprenditori più ricchi del mondo in tecnologie e start up che promettono di mettere fine all’invecchiamento: il caso di Jeff Bezos, che ha finanziato la start up Altos Labs per la ricerca anti-invecchiamento è soltanto l’ultimo in ordine di tempo.

Gli studi sulla longevità si vanno moltiplicando: è apparso assai di recente sulla rivista Nature Aging un affascinante studio che individua alcune varianti genetiche che, forse, possono spiegare la longevità degli ultracentenari.

Il DNA e la longevità

La longevità cosiddetta estrema, quella di cui si parla per le persone ultracentenarie, ha una componente genetica forte, già individuata in passato. Ma non è ancora chiaro come e quanto questa componente genetica riguardi nella pratica l’invecchiamento degli organismi viventi.

Uno studio guidato da Zhengdong Zhang, dell’Albert Einstein College of Medicine di New York, ha studiato il genoma di un nutrito gruppo di ebrei ashkenaziti ultracentenari per "esaminare la presenza di rare varianti genetiche" all’interno del loro DNA.

La tecnica usata è quella del sequenziamento dell’esoma, che è quella parte di DNA preposta a codificare le proteine: ogni genoma umano presenta circa 180.000 esomi, che costituiscono circa l’1% dell’intero genoma umano. Ed è negli esomi, secondo i ricercatori, che albergano le risposte a molte domande sulla capacità di alcuni uomini di invecchiare più degli altri.

Nel corso dell’indagine sono stati comparati i profili genetici di 515 ultracentenari con quelli di 496 non centenari, con un’età compresa tra 70 e 95 anni.

Ne emerge un quadro per cui "le varianti rare nei processi d’invecchiamento influiscono sulla durata della vita e costituiscono una parte dell’architettura della longevità umana", dichiara Zhang, ed aggiunge che esiste "una correlazione tra varianti comuni e rare", entrambe capaci di influenzare, in ultimo, la longevità di una persona.

Nuove risorse contro l’invecchiamento

Gli scienziati sono partiti dall’ipotesi che fosse l’assenza di determinate varianti genetiche, capaci di aumentare i rischi di incorrere in malattie, a determinare una più alta aspettativa di vita. Ma è stato appurato, nell’analisi dei DNA degli anziani sottoposti a studio, che tali varianti erano presenti in entrambi i gruppi, sia quelli di ultracentenari che quelli di anziani under 95.

D’altro canto alcune rare versioni di geni, noti al contrario per avere effetti benefici sulla salute, sono risultate più presenti negli anziani oltre i cento anni d’età. In particolare, è stato provato che gli ultracentenari portano con sé delle rare – benefiche – varianti alle cosiddette "vie di segnalazione Wnt", alcuni processi di trasmissione delle proteine che sono coinvolte, per esempio, nella formazione di malattie di origine genetica.

Una particolare variante nelle vie di segnalazione Wnt sarebbe dunque alla base della capacità di invecchiare bene, in quanto riescono a proteggere l’organismo contro l’insorgere di malattie e disfuzioni legate al naturale processo d’invecchiamento.

Questa scoperta, secondo Zhang, "potrebbe essere usata per sviluppare farmaci contro l’invecchiamento che riescano ad approcciare organicamente al fenomeno, senza trattare specifiche condizioni" che spesso sono semplicemente effetto del passare degli anni.

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