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Abbiamo capito perché gli astronauti soffrono di anemia spaziale

Gli astronauti soffrono di anemia spaziale, una certezza su cui ha fatto finalmente luce con numeri dettagliati una ricerca canadese

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Anemia spaziale: un nuovo e sorprendente studio Fonte foto: 123RF

Buon sangue non mente, nemmeno nello spazio. I risultati di uno studio condotto dall’Università di Ottawa, in Canada, hanno messo in luce come l’anemia sia una delle conseguenze principali della permanenza degli astronauti tra le stelle. C’era qualche sospetto in merito a questo legame e la ricerca degli scienziati canadesi non sembra aver lasciato alcun dubbio. Nel dettaglio, ci si è concentrati su 14 astronauti e le loro missioni a bordo della celebre Stazione Spaziale Internazionale. I livelli di sangue hanno evidenziato come ci sia stata una riduzione dei globuli rossi superiore del 54% rispetto a quello che avviene sul nostro pianeta. Quali sono i motivi per una differenza tanto netta?

Oltre all’ateneo di Ottawa, hanno partecipato al progetto anche i responsabili del locale Hospital Research Institute. L’anemia spaziale e quindi la distruzione dei globuli rossi in chi partecipa a questi viaggi nell’universo sono state rilevate fin dalle prime missioni con equipaggio a bordo, visto che i valori degli astronauti sono stati sottoposti a monitoraggio costante fino al rientro sulla Terra. Si sapeva di una tale possibilità, anche se le cause sono rimaste puntualmente poco chiare. La spiegazione principale consisteva in un adattamento più veloce dei fluidi nella parte superiore del corpo di un astronauta, tutto per colpa della microgravità in poche parole. I numeri sono invece eloquenti.

Tante certezze sparite in un attimo

Un decimo del liquido dei vasi sanguigni viene perso da chi partecipa alle missioni spaziali, ma non si tratta di un equilibrio che viene ristabilito dal sangue stesso. Un’altra convinzione che è stata sfatata è quella dell’anemia che poteva sparire dopo 10 giorni di microgravità. Lo studio canadese ha messo in luce come la distruzione dei globuli rossi prosegua per l’intera durata del viaggio tra le stelle. Inoltre, è soltanto la permanenza nello spazio a determinare l’anemia, non certo lo spostamento continuo dei fluidi. I controlli medici hanno riguardato le piccole quantità di monossido di carbonio nel respiro degli astronauti.

Globuli rossi a rischio

Queste molecole di monossido sono legate all’anemia. In pratica, ogni molecola in questione si forma quando il pigmento rosso dei globuli rossi si distrugge. Sulla Terra, la perdita di globuli ammonta a 2 milioni ogni secondo, mentre per gli astronauti nello spazio diventano un milione di più, con un aumento appunto del 54%, come sottolineato in precedenza. Il ritorno sul nostro pianeta non migliora di molto le cose. Un anno dopo la fine della singola missione spaziale, infatti, la distruzione di globuli rossi risulta superiore del 30% rispetto a quella precedente al volo, un dettaglio non proprio rassicurante. Cosa succede dunque alla salute di chi lavora nello spazio?

Avere meno globuli rossi in orbita, come ribadito dagli autori dello studio, non è affatto un problema, anzi l’esatto contrario. Le conseguenze dell’anemia si avvertono solamente dopo l’atterraggio sulla Terra, con la resistenza e la forza della persona coinvolta che vengono messe a dura prova. Un altro studio non molto lontano nel tempo, tra l’altro, aveva fatto capire come l’anemia fosse peggiore in caso di missione spaziale più lunga. Di sicuro non sono ricerche che possono lasciare indifferenti, soprattutto se si vogliono affrontare con l’animo tranquillo le future missioni verso la Luna e Marte.

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