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Come cambierà il web dopo la riforma del copyright europeo

Secondo molti analisti, la riforma del copyright dovrebbe cambiare radicalmente il modo in cui utilizziamo il web. Vediamo cosa e come potrebbe cambiare

17 Maggio 2019 - Forse i toni apocalittici che arrivano da più parti sono esagerati e, alla fine, un punto di compromesso verrà trovato. Se, però, le premesse verranno rispettate, da qui a due anni il web in Europa è destinato a mutare in maniera radicale. Il merito – o la colpa, a seconda dei punti di vista – è della Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale, meglio conosciuta con il nome di riforma del copyright o legge del copyright.

Questa norma, licenziata dal Parlamento Europeo il 26 marzo 2019 e approvato dal Consiglio Europeo il 15 aprile del 2019, porta novità sostanziali nel campo del diritto d’autore e della difesa del copyright. Introdotta per creare un quadro legislativo comune tra i 27 Stati membri, la Direttiva si è resta necessaria anche per aggiornare la normativa europea e quelle nazionali, ferme nella gran parte dei casi all’era pre-web. L’ultima direttiva europea sul diritto d’autore, tanto per fare un esempio, era stata approvata nel 2001, quando i vari YouTube e servizi di streaming audio e video non erano stati neanche immaginati.

L’iniziativa legislativa del Parlamento di Strasburgo, nonostante i buoni propositi, ha finito con l’attirare non poche critiche. Si è venuto a creare un fronte piuttosto composito che ha provato a contrapporsi in tutti i modi all’approvazione della legge. Insieme ai giganti del web (Google in primis, ma non solo) si sono schierati attivisti per la difesa della libertà di espressione e accademici esperti in diritto d’autore. Un’alleanza inedita che, però, non ha prodotto i risultati che sperava.

Il perché della Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale

Le motivazioni che hanno spinto il Parlamento Europeo a deliberare una norma che riformasse il diritto d’autore a livello continentale sono molteplici. Come abbiamo visto in precedenza, però, le principali ragioni sono due: la volontà di creare un quadro legislativo unico per tutti i 27 Paesi membri in vista della creazione del mercato unico digitale continentale e la necessità di aggiornare le normative comunitarie e nazionali alle novità degli ultimi anni.

Nel primo caso assisteremo a una omogeneizzazione della regolamentazione tra i vari Stati, che saranno chiamati ad applicare le stesse norme quando dovessero presentarsi le medesime casistiche. Nel secondo caso, invece, si sarà in grado di dare risposte adeguate a esigenze e sollecitazioni tutte nuove e difficili da prevedere pochissimi anni fa. Il filo conduttore, comunque, è unico: salvaguardare “un elevato livello di protezione del diritto d’autore e dei diritti connessi” in un mercato in veloce e continua evoluzione.

Come cambierà il web con la riforma del copyright

Secondo analisti e critici, sono due gli articoli che andranno maggiormente a incidere sulla nostra esperienza d’uso e che, potenzialmente, potrebbero cambiare il web per come oggi lo conosciamo. Si tratta dell’articolo 11 (diventato articolo 15 nella versione approvata definitivamente) e dell’articolo 13 (diventato a sua volta articolo 17 nella stesura finale) della riforma del copyright, ribattezzati da più parti con il nome di link tax e upload filter.

L’impatto di tali norme potrebbe essere tale che, come accennato, si sono levate varie voci di dissenso. Wikipedia ha oscurato più volte sia l’intero portale sia le immagini dei vari lemmi; YouTube ha mostrato un avviso nella parte superiore della schermata; Google, infine ha modificato la visualizzazione dei risultati di ricerca, dando un’anticipazione di come saranno quando gli Stati membri avranno ratificato la direttiva. Al loro fianco si son schierate diverse associazioni per la difesa della libertà di espressione, che lamentano un rischio di censura preventiva.

Ma quali sono le modifiche apportate e come cambierà il web una volta che le norme entreranno in vigore?

Testo articolo 11 riforma copyright: cosa prevede e cosa cambierà

L’articolo 11 della legge sul copyright europeo, recante il titolo “Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale”, regola il rapporto tra editori e creatori di contenuti con i gestori di piattaforme che pubblicano snippet (ossia estratti di altri contenuti presenti online) di carattere giornalistico. All’interno di questa categoria rientrano gli aggregatori di notizie come Google News, Flipboard e Feedly, ma anche i motori di ricerca tout court che, spesso e volentieri, popolano le pagine di ricerca con risultati provenienti da portali di informazione. Nello specifico, la norma prevede che le piattaforme ottengano preventivamente una licenza che permetta di pubblicare gli snippet, riconoscendo agli autori dei contenuti un compenso adeguato. Per questo motivo l’articolo 11 è stato rinominato come link tax. In alternativa, le piattaforme possono pubblicare il link al contenuto o un “brevissimo estratto” in maniera completamente gratuita. Se la situazione non dovesse cambiare nel corso dei prossimi due anni, gli aggregatori di notizie potrebbero scomparire (come già accaduto in Spagna, dove una legge simile è stata approvata nel 203) mentre i motori di ricerca dovrebbero cambiare le modalità di visualizzazione delle SERP (acronimo di Search Engine Page Results, pagina dei risultati del motore di ricerca). In caso di risultati provenienti da portali informativi, il “solito” snippet cui siamo oggi abituati (con titolo e una breve descrizione di 20-25 parole) dovrebbe essere sostituito da un campo quasi completamente bianco, con il solo link o una manciata di parole a descriverlo.

Testo articolo 13 riforma copyright: cosa prevede e cosa cambierà

L’articolo 13, recante il titolo “Utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiale caricati dagli utenti”, impone ai portali UGC (acronimo di User Generated Content, contenuti generati dagli utenti) di munirsi di una licenza d’uso che copra tutto ciò che gli utenti potrebbero caricare sui loro portali. Quali sono i contenuti oggetto della norma? Tutti, nel vero senso della parola: dalle canzoni ai libri, passando per video, film e ogni altra opera protetta dal diritto d’autore in qualunque forma. Inoltre, le stesse piattaforme devono mettere in atto misure “adeguate e proporzionali” per evitare che gli utenti carichino sui loro server contenuti protetti da copyright. E a questo punto, secondo i detrattori della norma, entreranno in gioco i cosiddetti upload filters, filtri che passeranno al vaglio ciò che gli utenti vogliono pubblicare e verificare che non violino qualche licenza. Se ciò dovesse accadere, a risponderne sarà direttamente il gestore della piattaforma e non l’utente che ha tentato di caricare (o ha pubblicato) il contenuto. Sono esentate dal rispettare questa norma le startup con meno di tre anni di vita e un fatturato inferiore ai 10 milioni di euro. La norma, per come è scritta, dovrebbe avere un impatto tutt’altro che secondario su portali come YouTube e Facebook, ma secondo alcuni analisti potrebbe sortire l’effetto contrario. I due giganti, forti di sistemi di riconoscimento di contenuti illegali, potrebbero rafforzare la loro posizione a discapito di piccole realtà in fase di sviluppo, che dovrebbero investire ingenti capitali per ottenere licenze omnibus e creare filtri in grado di selezionare i contenuti anziché in funzioni innovative.

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