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Ecco perché odiamo la nostra voce nelle registrazioni

La voce nelle registrazioni è effettivamente diversa: ma lo spaesamento ha anche radici psicologiche: perché non sopportiamo la nostra voce registrata.

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Il vero motivo per cui non sopporti la tua voce registrata Fonte foto: 123RF

Se vi è mai capitato di non sopportare la vostra voce nelle registrazioni, magari dopo averla riascoltata in un vocale inviato in chat, ebbene non c’è assolutamente nulla di strano. La maggior parte delle persone provano esattamente quella stessa sensazione a riascoltarsi. E a spiegarcene il motivo contribuiscono sia la fisiologia, la branca della biologia che studia il funzionamento degli organismi viventi, sia la psicologia.

Perché non sopportiamo la nostra voce, secondo la fisiologia

Per prima cosa è importante considerare che, quando un suono viaggia attraverso l’aria (il fenomeno si chiama “conduzione aerea”), segue un percorso dall’esterno all’interno, la cui destinazione è il cervello: l’energia delle onde sonore fa vibrare alcuni piccoli ossicini contenuti nelle orecchie, che a loro volta trasmettono il suono della vibrazione alla coclea. Questa componente interna dell’orecchio è direttamente in connessione con il cervello tramite gli assoni (anche detti neuriti), che raccolgono e inoltrano il segnale acustico al nostro cervello per l’elaborazione.

Quando la fonte sonora è rappresentata dalla nostra stessa voce, invece, solo parte dell’impulso sonoro segue il percorso “esterno”, viaggiando quindi attraverso l’aria. Per il resto, il segnale acustico viaggia internamente. Per questa ragione il nostro cervello lo elabora in maniera differente, dando maggior rilievo alle basse frequenze, facendo quindi apparire la nostra voce più ricca e decisa. In confronto, quella che vien fuori dalle registrazioni è più sottile e acuta, quindi potrebbe piacere di meno a chi si riascolta tramite un dispositivo di registrazione.

Perché non sopportiamo la nostra voce, secondo la psicologia

Secondo gli esperti tuttavia potrebbe esserci anche un’altra ragione per il senso di spaesamento che assale il parlante che si riascolta. Ha a che fare con la percezione di se stessi, quindi con motivazioni di ordine psicologico: ascoltandoci più di frequente mentre parliamo, la voce, così come viene percepita “dall’interno”, diventa una componente importante della nostra identità.

Ecco perché non riconoscerci nelle registrazioni è così destabilizzante: la persona che ascoltiamo parlare sembra essere un’altra. Le caratteristiche di timbro e di tono non trovano nessuna corrispondenza nell’immagine di noi stessi che ci siamo costruiti tramite l’ascolto della nostra voce dall’interno, e questo non ci piace. E si i vocali da soli non bastassero, ecco che arriva l’intelligenza artificiale che imita la nostra voce alla perfezione.

Giuseppe Giordano

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