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SCIENZA

L'inquinamento da plastica sta facendo un danno irreparabile al fondo degli Oceani

Purtroppo i livelli di inquinamento da plastica negli Oceani vanno via via innalzandosi: torna dunque altissima l'allerta per tutte le forme di vita che proliferano nei fondali, sempre più a rischio

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Da diversi anni a questa parte l’Uomo si muove sulla Terra come se ogni cosa gli fosse dovuta. Non si tratta di un’osservazione estrema o fatalistica, ma di un bilancio ragionato: l’essere umano tende ad abituarsi, per sua natura, alle cose che ha intorno e a darle per scontate. Ciò purtroppo significa che è anche incline a non rispettarle, ed è proprio per la sua (la nostra) mancanza di rispetto che la comunità scientifica vuole riportare l’attenzione sull’inquinamento da plastica.

Causato dall’accumulo e dalla dispersione di rifiuti plastici nell’ambiente, l’inquinamento da plastica ha un impatto enorme su più livelli e, in particolare, sembra danneggiare sempre più gravemente gli Oceani, distruggendo interi ecosistemi e influenzando negativamente la vita marina. A confermarlo è un nuovo studio che, purtroppo, sottolinea che le cose sembrano solo peggiorare e che occorrerebbe un intervento immediato per evitare scenari davvero catastrofici.

Lo studio sulla plastica negli oceani

Che l’uso smodato della plastica abbia generato una crisi ambientale senza precedenti non è certo una novità. Per dare risalto al problema la comunità scientifica le ha davvero provate tutte, permettendoci persino di osservare gli effetti in tempo reale. Purtroppo, però, moltissime persone sembrano essere sorde all’invito a prendersi cura del pianeta e le conseguenze estreme si notano eccome, come dimostra la ricerca guidata dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn.

La ricerca, pubblicata su ScienceDirect, ha visto impegnato un team internazionale di scienziati capeggiati dalla dottoressa Eva Jimenez-Guri. Il team ha raccolto una serie di campioni, granuli e materiali dalla baia di Watergate (Cornovaglia, Regno Unito), che sono stati scomposti in particelle, poi passate al setaccio e messe sotto osservazione con strumenti all’avanguardia. L’obiettivo era quello di esaminare  gli effetti dei pellet di PVC, comunemente utilizzati nella produzione di plastica, su dieci diverse specie marine.

I risultati, purtroppo, sono stati sconfortanti perché hanno messo in luce il devastante impatto che il proliferare della plastica ha sulla sopravvivenza degli organismi oceanici: l’esposizione ad alte concentrazioni di questi pellet hanno infatti impedito il sano e naturale progredire di tutte e dieci le specie esaminate.

Il mancato sviluppo delle specie marine

Nello specifico, a essere preso in esame è il momento che va dal concepimento/dalla comparsa della forma di vita marina al suo sviluppo come organismo completo. Secondo la dottoressa Jimenez-Guri, tutte le specie marine che sono state più esposte a livelli elevati di pellet di PVC hanno subito un vero e proprio blocco dello sviluppo, che ha dunque reso impossibile il formarsi di creature sane, con tutte le caratteristiche in regola.

In alcuni degli organismi presi in esame sono state registrate la mancata formazione di strutture vitali come la conchiglia o la notocorda, l’assenza di caratteristiche bilaterali e l’arresto dello sviluppo embrionale. Il team ha anche monitorato lo sviluppo di specie capaci di riprodursi asessualmente, ma anche in questo caso si è rilevata l’assenza di attributi e peculiarità indispensabili per la sopravvivenza.

La plastica e il suo impatto sugli oceani

La presenza di plastiche e microplastiche nell’ambiente oceanico ha dunque gravi ripercussioni sulla vita marina. E il problema non sono solo i pellet di PVC, perché situazioni allarmanti sono state registrate anche in ambienti in cui l’inquinamento da plastica risultava meno estremo, come a ridosso delle spiagge (purtroppo) ricche di campioni gettati via come se nulla fosse.

Anche in questi casi casi sono stati riscontrati effetti tossici sugli organismi marini: a essere influenzato è lo sviluppo di molluschi, ricci di mare, stelle marine e ascidie. I nuovi risultati di questo studio, dunque, si aggiungono a un panorama già disastrato. Riusciremo a fermarci prima che sia troppo tardi per i nostri ecosistemi?

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