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SCIENZA

Stiamo superando il punto di non ritorno: ecco gli ecosistemi vicini al collasso

È probabile che il cosiddetto collasso ecologico inizi prima di quanto si potesse credere: i punti di non ritorno sembrano già essere stati superati e presto potremmo dover dire addio a interi ecosistemi

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Mentre l’umanità si divide fra coloro che invocano pietà per il nostro pianeta e coloro che si mostrano scettici e scuotono la testa negando ogni responsabilità antropica nell’aggravamento dello stato di salute del globo, alcuni ecosistemi si stanno avvicinando drammaticamente a un punto di non ritorno. Secondo recenti studi, i punti critici ecologici potrebbero essere già stati superati e intere aree fondamentali della Terra sarebbero vicine al collasso.

E no, non si tratta del classico al lupo al lupo, a dispetto di quanto possano pensare i dubbiosi: a sostenerlo è una ricerca recentemente pubblicata su Nature Sustainability che documenta puntigliosamente una prospettiva tanto allarmante quanto verosimile.

Lo studio e i punti critici ecologici

Il team che si è occupato della ricerca, capitanato dal professor Simon Willcock del Rothamsted Research, ha preso in esame i principali ecosistemi della Terra, partendo dal presupposto che l’accelerazione dei fattori di stress ambientale, l’aumento della frequenza di eventi estremi e il rafforzamento delle connessioni tra i vari sistemi (sia ecologici che non) stia cambiando del tutto gli approcci di modellazione convenzionale basati sui cambiamenti incrementali.

In soldoni, significa che il modo di mutare di diverse zone del pianeta non è più graduale e in crescendo, ma subisce delle alterazioni e dei picchi per lo più bruschi che non favoriscono più l’adattamento di flora e fauna. Al contrario, devastano senza tregua, non concedendo alcuna possibilità di ripresa e creando dei danni sempre più irreparabili. Questi picchi sono stati proprio documentati nello studio pubblicato su Nature Sustainability e prendono il nome di “punti critici ecologici”. E, secondo gli scienziati, si stanno amplificando e stanno accelerando.

Il collasso ecologico e l’addio all’Amazzonia

Purtroppo c’è anche di più: non solo i punti critici si stanno amplificando e stanno accelerando, ma, proprio per via delle connessioni tra i sistemi, si stanno anche dando forza. Questo, secondo il professor Willcock, crea uno scenario davvero allarmante: in base ai dati raccolti, infatti, più di un quinto degli ecosistemi in tutto il mondo, inclusa la foresta pluviale amazzonica, sono a rischio di un crollo catastrofico, di un vero e proprio collasso ecologico.

«Cambiamento climatico, riscaldamento globale, innalzamento dei mari: ognuno di questi eventi è solo una delle sfaccettature del disastro attualmente in corso. E ora, gli ecosistemi sono in una condizione di fragilità mai registrata prima: potremmo realisticamente essere l’ultima generazione a vedere l’Amazzonia». Non è la prima volta che si parla dell’addio al polmone verde della Terra: già le Nazioni Unite avevano lanciato l’allarme, pur rimanendo più “caute” sui tempi, parlando di un crollo dell’ecosistema previsto per il 2100.

Invece, secondo Willcock e altri scienziati, il collasso potrebbe avvenire con 50-60 anni d’anticipo. Nello studio, infatti, si osserva che la maggior parte delle previsioni fatte fino ad ora si è concentrata su un solo “fattore di distruzione” alla volta, come il succitato cambiamento climatico o la deforestazione. Ma quando le minacce si combinano tra loro, lo scenario cambia.

Gli altri ecosistemi e il possibile recupero

Una dimostrazione pratica è il lago Erhai in Cina: il collasso di questo ecosistema era previsto per il 2050, invece questo specchio d’acqua si è già praticamente esaurito. Il suo degrado è stato favorito e aggravato dalla situazione complessiva della Terra, perdendo ogni tipo di resilienza. Secondo Willcock e il suo team, inoltre, sono a rischio tutti gli ecosistemi lacustri e gran parte delle foreste. Le seconde, in particolare, sono soggette a sollecitazioni ormai troppo estreme.

Se è vero che siamo già andati oltre, però, Willcock e la sua squadra non invitano a gettare la spugna, perché «anche se il punto di ritorno è stato superato – dice il professore – possiamo tamponare i danni: bisogna cambiare mentalità, gestire in modo sostenibile le nostre risorse. Applicando una “pressione positiva”, potremmo vedere un minimo di recupero. Ma il tempo sta scadendo, e lo sta facendo più velocemente di quanto ci si possa rendere conto».

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