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Spotify premia le canzoni brevi e gli artisti si adeguano

Spotify premia le canzoni più brevi che vengono proposte più spesso agli ascoltatori. Band e cantanti si adeguano. Ecco come cambierà il mondo della musica

7 Maggio 2019 - Quando si parla di musica in streaming, una delle prime piattaforme che salta in mente è Spotify. Il servizio nasce nel 2008 e in dieci anni ha raggiunto circa 220 milioni di utenti in tutto il mondo. Con una community così vasta, il servizio oggi è in grado di dettare le regole della musica. Gli artisti e le band si stanno adeguando.

In quale modo? Billboard ha cercato di rispondere a questa domanda analizzando un gruppo di cento canzoni di successo che hanno caratterizzato il 2018. L’analisi condotta dalla piattaforma ha rivelato che le hit hanno una durata media di tre minuti e mezzo. Questa tendenza sarebbe determinata dall’evoluzione digitale, anche perché nel 2000 i brani duravano più di quattro minuti. I pezzi sotto i due minuti sono passati dall’1% del 2015 al 6% del 2018. Insomma, le canzoni si stanno accorciando. Molti si chiedono: ma cosa c’entra Spotify e, in generale, i siti di streaming musicale?

Perché Spotify detta le regole della musica?

La musica cambia e secondo diversi studi c’è lo zampino di Spotify e degli altri servizi di musica in streaming. Queste piattaforme sono il canale di guadagno principale di band e cantanti. Per sfruttarne le potenzialità occorre capire come funzionano. I siti di streaming musicale sono governati da algoritmi che selezionano quali canzoni mandare in rotazione in base a diversi parametri. Una delle tendenze è quella di scegliere brani brevi, perché la pubblicità (fonte redditizia di questi servizi) in questo modo può essere riprodotta più spesso.

Questo determina che nei siti musicali le canzoni che si sentono più spesso siano in genere quelle più corte. Il report Billboard ha determinato che la lunghezza preferenziale non supera i tre minuti e mezzo. I brani più lunghi sono tagliati fuori dalle radio e dalle playlist in alta rotazione. Questa tendenza è stata scoperta dalle case discografiche che si stanno via via adattando a questa caratteristica. Ma il motivo legato al progressivo accorciamento dei brani è anche un altro. Gli artisti sono pagati anche in base agli stream, ovvero gli avvii dei brani. Quindi non c’è bisogno che un utente ascolti tutta la canzone, basta che la faccia iniziare. Ad ogni play corrisponde un introito. È quindi molto importante far parte delle playlist settimanali per incassare più soldi.

Su YouTube valgono le stesse regole

E questo vale anche per YouTube: non importa fare video lunghi, perché la piattaforma non paga in base alle visualizzazioni complete, l’importante è che l’utente clicchi su play e faccia partire il filmato. Poi poco importa se l’utente lo veda tutto o meno. Ecco perché i video degli YouTuber non sono lunghissimi, sarebbe poco produttivo. Queste sono solo alcune delle regole su cui si basa il funzionamento delle piattaforme online. YouTuber e cantanti non possono che adattarsi per ricevere milioni di visualizzazioni.